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Il 27% dei prodotti erboristici nel mondo risulta adulterato, lo dice il DNA

L’utilizzo di prodotti erboristici in campo cosmetico e farmaceutico è una pratica sempre più diffusa ed apprezzata. Negli ultimi anni il mercato dei fitoterapici e quello della cosmesi naturale hanno subito un forte incremento. Il primo ha visto una crescita del 6,4% e vale oggi 2,5 miliardi, il 10% del fatturato del mercato farmaceutico, mentre il secondo copre più del 10% del mercato cosmetico italiano, con un valore di 1.050 milioni di euro (Cosmetica Italia Beauty report 2018) .

A influire su questa crescita è il cambiamento dei comportamenti dei consumatori sempre più attenti agli aspetti salutistici e di sostenibilità. Queste tipologie di prodotti sono considerate più naturali, meno aggressive e quindi percepite come più sicure e meno dannose rispetto ai prodotti con componenti chimici.

Una lunga filiera

Ad oggi la filiera dei prodotti erboristici risulta estremamente complessa, coinvolge differenti attori provenienti da diverse parti del mondo e manca di una regolamentazione condivisa tra gli Stati interessati. Ad esempio lo stesso prodotto in un Paese può essere considerato e regolamentato come farmaco mentre in un altro come alimento.

Inoltre le diverse lavorazioni subite (essiccazione, macinazione, polverizzazione etc.) portano alla perdita dei caratteri morfologici, aspetto che rende semplice la contaminazione e difficile il riconoscimento della materia prima anche attraverso le analisi tradizionali identificate dalla farmacopea (esami macroscopici, microscopici e analisi chimiche).

Tutti questi aspetti, insieme ad un incremento della richiesta sempre più difficile da coprire con i prodotti a disposizione e alla diffusione del commercio elettronico, portano all’aumento di casi di adulterazione, contaminazione o sostituzione, più o meno volontaria dei prodotti erboristici in tutti i punti della filiera.

Il DNA per identificare la specie e individuare adulterazioni.

Lo studio pubblicato da Frontiers in Pharmacology volto a realizzare la prima indagine globale sull’autenticità dei prodotti erboristici ha messo in luce che il 27% dei prodotti analizzati attraverso metodologie genetiche risulta non conforme a quanto riportato in etichetta. L’analisi del DNA è attualmente l’unico metodo in grado di identificare una determinata specie e individuare contaminazioni anche a seguito di alcune lavorazioni e della perdita dei caratteri morfologici.

Di seguito alcuni degli errori più comuni:

  • Assenza della specie dichiarata in etichetta. Questo è ad esempio il caso dell’iperico (Hypericum perforatum), pianta comunemente utilizzata per curare disturbi depressivi, di ansia e del sonno, trovata solo nel 68% dei prodotti in cui è stata riportata come ingrediente.
  • Sostituzione di una specie di alto valore con una di minor valore, come nel caso della Cinnamon cassia, facile da confondere con la Cinnamon verum, la vera cannella, molto simile alla vista e all’olfatto ma dal valore economico nettamente superiore.
  • Sostituzione di specie simili ma con effetti attesi differenti. È questo il caso dell’arnica messicana (Heterotheca inuloides) molto simile all’Arnica montana ma con proprietà antinfiammatorie molto più leggere.
  • Possibili contaminazioni: all’interno dei prodotti analizzati sono state identificate alcune specie contaminanti non dichiarate in etichetta alcune della quali capaci di influenzare o annullare l’efficacia di alcuni medicinali come ad esempio: il ginkgo (Ginkgo biloba), lo zenzero (Zingiber officinale), il ginseng (Panax ginseng),il tè verde (Camellia sinensis) e l’aglio (Allium sativum).

Lo studio in questione mette quindi in luce i considerevoli rischi legati all’adulterazione dei prodotti erboristici e la necessità di strumenti efficaci e normative condivise per il controllo di tutta la filiera per far fronte ad una domanda crescente.

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