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Sicurezza e qualità in un piatto di insetti.

Il primo gennaio 2018 è entrato in vigore il nuovo regolamento europeo (Regolamento 2015/2283) in tema di “Novel Food” che ha autorizzato l’allevamento di insetti per il consumo umano. 

Una novità che ha portato molto scalpore, sollevato dubbi e qualche nota di disgusto. Tuttavia, nonostante le perplessità, le proprietà nutritive degli insetti sono ormai riconosciute. Sono ricchi di nutrienti e antiossidanti ma soprattutto sono un’ottima fonte di proteine che in futuro sarà in grado di colmare il fabbisogno mondiale senza gravare sui cambiamenti climatici.

I prodotti derivati

Gli insetti sono da sempre parte della cucina asiatica e africana ma molto lontani dalle tradizioni europee. Proprio per andare in contro ai gusti occidentali sono stati studiati prodotti come farine, biscotti e barrette proteiche, che eliminano l’aspetto poco appetitoso dell’insetto e ne facilitano il consumo.

Quello dei prodotti derivati dagli insetti è un mercato in continua crescita, tanto che si stima che nel 2030 potrà valere 8 miliardi di dollari (fonte Barclays). Oggi infatti sono sempre di più le aziende del settore agroalimentare, come ad esempio Nestlé e McDonald’s, che stanno studiando le proprietà di questi prodotti e sempre più frequentemente è possibile trovarli sugli scaffali dei supermercati.

Verso un prodotto sicuro e di qualità

Rimangono tuttavia aperte alcune questioni sulla qualità e sulla sicurezza dei prodotti derivati dagli insetti, un campo quasi del tutto inesplorato dalla ricerca scientifica.

Sono ad esempio state riscontrate alcune similitudini tra gli allergeni degli insetti e quelli dei crostacei, ma non sono stati valutati gli effetti che il complesso microbiota (insieme di microorganismi che convivono in un organismo) degli insetti  può avere sui consumatori. 

Una seconda problematica è invece quella che riguarda i mangimi utilizzati nell’allevamento degli insetti stessi Questi possono contenere alcune specie allergeniche, prevalentemente di origine vegetale, che possono essere veicolate dall’insetto e creare problemi in soggetti intolleranti.

Per ottemperare a questo problema i ricercatori di FEM2-Ambiente e dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca hanno sperimentato su 5 tipologie di prodotti derivati da insetti (farine, pasta, biscotti, barrette proteiche e cibo per animali) una combinazione di alcune metodologie di analisi genetica capaci, non solo di identificare con certezza la specie dichiarata in etichetta, ma anche tutte le specie vegetali al suo interno. Nei campioni analizzati è stata ad esempio rintracciata la presenza di specie allergeniche come Triticum aestivum (Grano Tenero) e Glycine max (Soia), anche al di fuori dai limiti massimi consentiti per la commercializzazione di prodotti gluten free e privi di proteine della soia.

Questa tipologia di approccio unisce DNA barcoding e DNA metabarcoding e può essere utilizzato per testare la qualità dei prodotti, ad esempio per escludere contaminazioni con farine vegetali meno costose, e per confermare tutti gli ingredienti dichiarati in etichetta.

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Errori in etichetta? Scoprilo con il DNA Metabarcoding

Saper rassicurare la propria clientela sulla sicurezza e la qualità dei prodotti venduti è oggi un fattore fondamentale, in particolar modo nel settore agroalimentare.

Questo aspetto si pone come un tratto distintivo sul mercato, capace di influenzare e veicolare le scelte d’acquisto. I trend di consumo si stanno spostando sempre più verso prodotti che riportano in etichetta certificazioni, loghi o marchi a garanzia della qualità e della provenienza (DOP, DOC, IGP, etc.), verso quelli “Free from”, “Rich-in” o in accordo con determinati stili di vita (Bio, Veg, halal etc.).

Individuare allergeni alimentari grazie al DNA. Il nuovo metodo sviluppato da Barilla e FEM2-Ambiente

Grazie alla collaborazione tra Barilla e FEM2-Ambiente è stata sviluppata una nuova metodologia di analisi capace di rintracciare in maniera rapida e precisa la presenza di allergeni all’interno dei prodotti alimentari ed individuare possibili contaminazioni lungo la filiera produttiva. La nuova tecnica si basa sull’analisi genetica e si pone a supporto delle procedure attualmente utilizzate per determinare la presenza di allergeni nei prodotti alimentari.

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